La storia

 

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Cascina «Campora» di Buttigliera
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Veduta invernale di Moncucco e della borgata Moglia
Su quest’aia, nell’autunno del 1826, si affacciò il volto triste di Giovanni. Aveva appena 11 anni compiuti da qualche mese. Per mettere fine ai bisticci sempre più violenti che scoppiavano con Antonio (17 anni), mamma Margherita l’aveva mandato a questa cascina di Serra di Buttigliera. Doveva fare il garzone. Si accorse però di non essere di aiuto ma di peso. E tornò deciso a casa.  Ma nell’inverno le cose peggiorarono. Giovanni voleva studiare, Antonio gli strappava i libri dalle mani. Una sera, a tavola, Giovanni fu pestato dal fratello. Pianse di dolore e di rabbia. La mattina dopo, Margherita gli disse le parole più tristi: «È meglio che tu vada via di casa». «E dove vado?» bisbigliò con la morte nel cuore. «Alla cascina Moglia. Cerca del signor Luigi. Ti prenderà».
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La cascina Moglia
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Giovanni coglie vimini
 In una fredda giornata di febbraio, Giovanni arrivò a questo cascinale. La famiglia Moglia era sull’aia a mondare vimini per le vigne.  Luigi Moglia, un giovane contadino di 28 anni, cercò di ragionarlo: «Sei troppo piccolo. E poi siamo d’inverno e i ragazzi di stalla li prendiamo alla fine di marzo». Avvilito e stanco, Giovanni scoppiò a piangere. La signora Dorotea, una fiorente donna di 25 anni, si intenerì: «Prendilo, Luigi. Proviamo almeno per qualche giorno».
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Camera dove dormiva Giovanni
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La stalla della cascina
 Per dormire, i Moglia gli assegnarono una stanzuccia chiara e un buon letto. Più di quanto aveva ai Becchi. Dopo le prime sere, Giovanni si azzardò ad accendere un mozzicone di candela e a leggere per un’oretta. Nessuno gli disse niente, e lui continuò.  Giovanni si mise a lavorare con impegno. La sua principale incombenza era quella di badare alla stalla. Il lavoro più pesante consisteva nel rifare ogni mattina il «letto» di paglia fresca alle mucche, portando via il letame con il tridente e la carriola.
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Il pozzo
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La cascina con carro agricolo
 Un altro lavoro che gli competeva era abbeverare gli animali. Tre volte al giorno tirava su dal pozzo, con la forza delle braccia, il grosso secchio di legno. Riempiva le vasche. Poi andava a slegare gli animali, che da soli venivano a dissetarsi.  Col passare dei mesi, il lavoro del garzone Bosco diventò (come era normale) più impegnativo e pesante. Toccava a lui far uscire i buoi dalla stalla e aggiogarli al carro agricolo.
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Zappare le viti
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Falciare il fieno
 La primavera era l’inizio dei lavori pesanti. In questa stagione infatti si iniziava a fare lo scasso del terreno per piantare le viti; a vangare, a zappare, a potare, a legare i tralci ai pali.  La falciatura del fieno, lavoro duro e faticoso, era riservato agli uomini più robusti, poi tutti collaboravano a spandere, voltare e a rastrellare il fieno.
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Carro di fieno
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Mietere il grano
 Il fieno essiccato veniva caricato col tridente sul carro agricolo. Una coppia di mucche lo trainavano sull’aia, poi veniva sistemato nel fienile e conservato come foraggio invernale per le bestie.  Ma il lavoro che richiedeva maggior fatica era la mietitura del frumento e dei cereali, sotto il cocente sole estivo. Con la schiena curva, la falce in mano e il corpo madido di sudore i contadini falciavano il grano a grosse manciate e lo componevano in fasci, detti covoni. I violenti acquazzoni e ancor più le grandinate erano i grandi pericoli di questa stagione.
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Davanti alle mucche, durante l’aratura
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Il gelso nel cortile della cascina Moglia
Giovannino partecipava poi come ragazzo-contadino al lavoro della famiglia, tutta impegnata nei campi da sole a sole, a curare l’intero ciclo delle svariate coltivazioni. Andava avanti alle mucche nell’aratura e nell’erpicare le zolle, per preparare la semina.  A mezzogiorno, nella pausa riposante che spezzava la giornata, la famiglia si radunava all’ombra di questo gelso. Sull’erba fresca, si provava la gioia di mordere il pane e di passarsi la bottiglia.
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Un vigneto
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La vendemmia nei vigneti della cascina
 Su queste colline Giovanni impara a zappare, a cogliere l’erba, a maneggiare la roncola, a trattare con mani esperte la vite, che è la risorsa principale. Diventa un vero contadino, che si sposta di campo in campo con i piedi scalzi e la roncola infilata nella cinghia.  Ogni anno, quando si vendemmiava, i Moglia ricordavano le parole dette quasi per scherzo da Giovannino nella primavera del 1828. «Queste viti dureranno più delle altre». Infatti mentre le viti d’intorno durarono una ventina di anni, quelle piantate da lui prosperarono per 62 anni, cioè fino a quando nel rinnovare le culture, furono tolte a malincuore.
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La cantina di cascina Moglia
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Il focolare della cucina
 In questa cantina seminterrata, Giovanni imparò a pigiare le uve nella bigoncia, a seguire con occhio attento la fermentazione, a maneggiare il torchio. Toccava a lui garzone curare la pulizia dei tini e delle botti.  I Moglia, che durante il giorno lavoravano insieme, alla sera pregavano insieme. Attorno a questo focolare che aveva fornito la tradizionale cena contadina, si riunivano per la recita del Rosario. Vedendo Giovanni pregare bene, la signora Dorotea lo invitò più volte a guidare la recita della corona.
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Veduta di Moncucco (campo lungo)
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Veduta di Moncucco
 Il paese di Moncucco era distante un’ora di cammino dalla Borgata. Dopo le prime settimane, la sera del sabato, Giovanni domandò al padrone il permesso di andare la mattina dopo per tempo al paese. Tornò per la colazione, e alle dieci accompagnò il signor Luigi e tutta la famiglia alla «Messa grande».  Siccome anche nei sabati seguenti chiese quello strano permesso, Dorotea volle vedere dove andava il ragazzo: davanti a sua madre era lei la responsabile. Si recò a Moncucco prima dell’alba, e dalla casa di una sua amica vide Giovanni arrivare e entrare in chiesa. Lo vide accostarsi al confessionale del parroco, ascoltare la prima Messa e fare la comunione.
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Il sagrato della chiesa
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Giovanni recita l’Angelus sul fienile
 Confessandosi dal parroco Don Cottino, Giovanni gli confidò il desiderio di diventare sacerdote. L’amicizia del parroco gli facilitò l’amicizia con i ragazzi del paese. La sala d’ingresso della canonica si trasformò in un piccolo oratorio. Giovanni Bosco faceva i giochi di prestigio, leggeva le pagine più avventurose della Storia Sacra, faceva pregare i suoi piccoli amici.  Suona mezzogiorno sul campanile di Moncucco. Tornando sudato e stanco, zio Giuseppe vede Giovanni inginocchiato che recita l’Angelus. «Ma bene! – sbotta il vecchio. – I padroni lavorano e i garzoni pregano!». «Quando c’è da lavorare sapete che non mi tiro indietro – rispose Giovanni. – Ma se si prega, da un grano nascono due spighe. Se non si prega da due grani nasce una spiga sola. Fareste meglio a pregare anche voi».
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La cascina con lapide e carro di fieno
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Veduta autunnale della Borgata
 Un carro di fieno e una lapide. Ricordano il lavoro assiduo accompagnato dalla preghiera con cui Giovanni Bosco si preparava alla sua futura missione di sacerdote educatore.  L’11 novembre scadevano i contratti agricoli. In quel 1829 zio Michele andò a trovare Giovanni. «Sei contento di stare qui?». «No. Mi trattano bene ma io voglio studiare». «Allora riporta le bestie nella stalla e torniamo ai Becchi». Si chiusero così, con le foglie ingiallite di san Martino, i tre anni di Giovanni alla cascina Moglia. Li ricordava come l’epoca più bella e romantica della sua vita (cf MB 1, 193).